Big Bang: speciale Lolita in Love #2

8 maggio 2017

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Miei cari, manca sempre meno all’uscita di Lolita in Love (per la cronaca, il 29/5). Nello stilare il calendario editoriale (sì, mi sto sforzando di tenerne uno, incrociamo tutti le dita) ho realizzato che desideravo raccontarvi com’è nata questa storia.

Niente treni in ritardo (J.K. I love you) o incubi da digestione lenta (all’epoca di Stoker per fortuna non c’era l’effervescente Brioschi, altrimenti addio Dracula). Soltanto due tasselli di storia che mi ronzavano in testa da un po’. Da uno di questi è venuto un racconto, L’arcobaleno, a cui sono molto legata, eppure… eppure era del tutto diverso dall’idea iniziale. Le storie hanno questa tendenza a uscire dai binari e portarti dove vogliono loro (scribacchini che mi state leggendo, è così anche per voi?) E quell’idea mi piaceva, mi piaceva un sacco, ma mancava il quid che facesse partire la propulsione. Nel momento in cui si è legata a quell’altra storia che avevo in testa, allora… BIG BANG.

Prima è nata lei, Rainbow. Buffo che abbia il nome di quel racconto, vero? Buffo anche che me ne sia resa conto solo in seguito. Sentivo che la sua storia doveva essere legata alla notte, quando il tempo di chi veglia sembra scorrere più lentamente, i confini si fanno più sottili e sembra risvegliarsi quello che Dylan (Dog) chiama il quinto senso e mezzo. È più facile spogliarsi delle maschere e mostrarsi per ciò che si è davvero. Senza difese, vulnerabili. L’amore che ne può nascere è potente e indissolubile. Insomma: nella mia testa, immaginate questa ragazza, vestita Lolita, in un parco abbandonato nel cuore della notte… Fatto? Ecco a voi la cover! A questa, aggiungete Tristan.

Tristan è un bel po’ diverso dal primo personaggio che si era presentato ai casting. Sono sicura abbia dato una botta in testa al concorrente iniziale (o forse gli ha offerto un caffè corretto col lassativo, sarebbe più nel suo stile), che giace ancora svenuto in qualche meandro della mia immaginazione. Ha rubato la scena, e non ho avuto nessun dubbio che fosse LUI. Nel momento in cui i due si incontrano, vi assicuro che io stessa sono diventata spettatrice della loro storia. Non è stato affatto semplice tenere le redini. Alcuni passaggi ho dovuto rivederli perché non erano d’accordo. Testardi come pochi. Del resto avevano ragione.

Scrivere questo romanzo mi ha insegnato tanto. Sebbene i periodi di scrittura siano stati intensi, talvolta febbrili per la velocità con cui si dipanava la storia, è anche vero che nel mezzo ci sono state alcune pause, talvolta lunghe, dovute alla vita che sembrava intromettersi, mettendomi i bastoni tra le ruote. La verità? Se non avessi proseguito fino alla fine non me lo sarei mai perdonata (per non parlare di come Rainbow e Tristan mi avrebbero dato il tormento per il resto dei miei giorni). Iniziare, gettarsi a capofitto, scrivere sotto la spinta dell’entusiasmo è facile quanto abbandonare quando le cose si complicano: questo vale per ogni ambito. Se voglio che scrivere diventi qualcosa di più, mi sono detta, devo fare i conti col fatto che la vita si intrometterà sempre, a meno che non decida di vivere sotto una teca di vetro. Ci saranno sempre pensieri, problemi, imprevisti, ma non per questo non ci si alza dal letto la mattina, per quanto la tentazione sia forte. Fa tutto parte dello stesso gioco.

Ecco, io volevo parlarvi di loro, e invece ho finito col parlare di me, sperando però che possa essere in qualche modo d’aiuto a chi è sul punto di mollare per l’ennesima volta (hey, tu, se ci stai ancora pensando, SMETTILA SUBITO) magari per passare a un nuovo progetto, uno che conti di più. Altra baggianata colossale, che rischia di condurre in un loop infinito il cui unico risultato sarà un frustrante nulla.

Concludo qui questo post, che voleva essere soltanto uno “speciale” e invece ha finito col diventare un po’ motivational. Comunque, ragazzi, non vedo l’ora di presentarveli, quei due. Tra una manciata di giorni. Ci siamo quasi.

Chiacchieriamo?

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