Lizzie di Eva Wanjek

10 gennaio 2018
Blog post

Miei cari, spero abbiate trascorso delle buone vacanze. Io sono riuscita a concedermi qualche giornata di tranquillità casalinga, scandita da letture e tazze di tè! E a proposito di letture, inauguro l’anno parlandovi del primo romanzo del mio 2018…

Premessa: i Preraffaelliti fanno parte della mia lista di argomenti prediletti, dei quali non sono mai sazia. Si tratta di una lista ben nutrita, per quanto l’area di interesse sia circoscritta, quindi la mia vita di lettrice è per lo più caratterizzata da un saltellare qua e là, nella vana ricerca di colmare la mia sete di conoscenza… e intrattenimento “storico: ah, i trip mentali che mi regalano! Tutto questo pippone per dire: dei PR so ormai abbastanza, ma non ancora quanto vorrei. Di certo ogni volta che in libreria mi imbatto in un romanzo che li tira in ballo, è destinato a venire a casa con me. Lizzie di Eva Wanjek, edito Neri Pozza, non poteva sfuggirmi: dalla letterina a Babbo Natale è finito dritto dritto sotto l’albero, e di tutta la meravigliosa combriccola (Babbo, I love you) è stato il primo che ho iniziato.

 

Non è una biografia: i due autori, Eva Wanjek è infatti lo pseudonimo di Martin Michael Driessen e Liesbeth Lagemaat, la definiscono una fantasia letteraria, sebbene molti degli avvenimenti narrati siano realmente accaduti. Adoro le biografie romanzate, anche se sono conscia che nella loro bellezza sia insito anche il loro limite. Il motivo per cui le amo è proprio questo: le sfumature, le parti in ombra, i dettagli vengono per lo più inghiottiti dalla storia, e cercare di ricostruirli come i tasselli mancanti di un puzzle richiede una certa audacia, oltre che un grande amore. Immaginarli nella quotidianità è un modo per comprenderli, sentirli vicini, umani. Anche per questo oggi guardo Ophelia con occhi diversi rispetto alla prima volta. Conosco la storia di chi le ha prestato il volto e di chi l’ha dipinta, innanzitutto. So che Lizzie si ammalò per essere stata immersa ore in una vasca in cui l’acqua si era raffreddata, per colpa di un Millais troppo preso a ritrarla per accorgersi che le lampade che dovevano mantenerne il calore si erano spente.

immagine tratta dalla serie BBC Desperate Romantics

 

È Lizzie stessa a dar voce ai suoi pensieri, riportati tipograficamente in un corsivo un po’ fastidioso, i quali intervallano una narrazione in terza persona, per lo più dal punto di vista di Dante. Viene così rivissuta la loro storia, a partire dal momento in cui Deverell rivelò a Rossetti di aver trovato la modella perfetta, fino a quell’aneddoto degno di una gothic novel, quando Dante fece disseppellire la salma di Lizzie per recuperare le poesie che aveva sepolto con lei. La sua bellezza ancora intatta, i capelli rossi che avevano continuato a crescere, riempiendo la bara… Già, c’è materiale romanzesco da vendere 😉.

Gli altri confratelli sono figure secondarie. Oltre a Millais, l’unico personaggio a godere di minimo approfondimento è Christina Rossetti, presentata in modo assai diverso dall’immagine che avevo di lei. Non mi riferisco soltanto ai suoi atteggiamenti anticonvenziali, ma al fatto che appoggiò l’unione del fratello con Lizzie e instaurò con lei un legame di profonda amicizia. Questo è uno degli elementi da verificare: non sono ancora riuscita a scoprire quanto ci sia di vero. Da quel che ne sapevo era invece contraria al loro matrimonio.

L’aspetto che più mi ha sorpresa è come le carte in tavola siano rimescolate. La Lizzie che ne emerge non è vittima di Dante, per lo meno non soltanto. Lizzie fu prima di tutto vittima di se stessa, di qualcosa dentro di lei che la portò all’autodistruzione. Il loro fu un amore malato, e certo questo ebbe conseguenze fatali, ma per la prima volta mi trovo a capire e in parte scagionare Dante. Se di fatto fu incapace di prendersi cura di lei e il suo comportamente discutibile ha senz’altro premuto l’acceleratore di Lizzie verso il baratro, va anche detto che, preso per vero il ritratto che viene proposto, la vita con lei dev’essere stata tutt’altro che facile. Un istante in paradiso, quello successivo in inferno. Fragile ma affilata come una lama. Così riversa su se stessa da non accorgersi del dolore che causava agli altri. O così disperata da compiacersene, da voler trascinare con sé anche l’amore della sua vita.

La voragine nell’animo di Lizzie purtroppo non viene esplorata, ma solo mostrata in superficie. Abbiamo accesso ai suoi pensieri, eppure sfugge l’origine di quel buio, di quelle nevrosi. Soprattutto, mi sarebbe piaciuto venisse dato più spazio alla sua evoluzione da modella ad artista. L’impressione, dunque, è che nonostante le sue quasi 500 pagine, questo romanzo che a tratti scorre a fatica, soprattutto nella parte conclusiva, lasci molto (troppo?) nella vaghezza. Avrei apprezzato, inoltre, una bibliografia delle opere che i due autori avranno senz’altro consultato, o almeno una nota che delucidasse il loro modus operandi.

Detto tutto ciò, lo consiglio? Sì se siete amanti dei PR, o comunque vi incuriosisce intrufolarvi nelle vite private di personaggi che hanno fatto la storia dell’arte e della letteratura. Ni se di loro non vi interessa molto. Preso soltanto come romanzo storico, mi duole ammettere che ho letto di (molto) meglio, e l’epoca vittoriana non emerge se non con qualche tratto sommario.

Chiacchieriamo?

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