I parassiti di Daphne Du Maurier

7 marzo 2018
Blog post

Il primo problema che mi si presenta nello scrivere questo post è che non ho nessuna foto carina da usare come immagine in evidenza, come si dice in gergo blogger, e devo così ricorrere alla cover di un’edizione che non è nemmeno la mia. Non è una questione di pigrizia, è il soggetto che non collabora. Si tratta di una versione vecchissima de I parassiti di Daphne Du Maurier, un Oscar Mondadori del 1980: anni bui per la moda (le spalline, diamine) e pure per le copertine, pare. È così bruttina che fa quasi simpatia. A dire il vero di solito mi piacciono questi reperti che scovo ai mercatini, il punto è che le sue condizioni già pessime sono andate in peggiorando durante la lettura, tanto che al momento le prime pagine hanno più pieghe di un origami. Il secondo problema è che, in barba a tutto ciò, la bellezza di questo romanzo è tale da mettermi in imbarazzo perché so già che non riuscirò a renderle giustizia.

Era da un bel po’ che non leggevo qualcosa della Daphne. Cicalissima con il portafogli, sono invece una formichina per quanto riguarda i miei autori preferiti. Dopo essere emersa dalla lettura di Rebecca la prima moglie, Mia cugina Rachele e due raccolte di racconti al grido di CAPOLAVOROH mi sono detta, mettiamo Daphne in cassaforte (lo scomparto della Billy custodito dalle ante a vetro, che come recita il sito dell’Ikea, “ti permettono di esporre gli oggetti a cui tieni di più proteggendoli dalla polvere”). Dopo diversi anni dall’ultima lettura ho deciso finalmente di concedermi un suo romanzo. Il verdetto, ovviamente, è stato ancora una volta CAPOLAVOROH. Devo dire, però, che le opere lette in precedenza mi hanno sviata nelle aspettative. In questo suo lavoro, infatti, non vi ho trovato la minima traccia di quel senso di inquietudine e quella vena disturbante che tanto ho amato in precedenza. I Parassiti è un romanzo familiare caratterizzato dal tono tragicomico. Un romanzo familiare sui generis, bisogna precisare, perché mica stiamo parlando di una scrittrice qualunque. La scelta del narratore, innanzitutto, è quanto mai inconsueta: la storia è raccontata in una prima persona plurale, un noi che racchiude i tre fratelli Delaney, Maria, Niall e Cora, senza essere nello specifico nessuno di loro. L’effetto in un primo momento è quasi straniante, tuttavia dopo neanche una ventina di pagine non solo ho smesso di farci caso, ma ho intuito la ragione di questa scelta che infatti esprime la natura simbiotica di questo rapporto, in particolare tra Maria e Niall.

Siamo nel secondo dopoguerra e il punto di avvio è un pranzo domenicale nella casa di campagna di Maria, un’occasione ordinaria in una routine consolidata. Le cose sarebbero potute continuare così per sempre e i tre fratelli Delaney certo non se ne sarebbero lamentati… Se solo il marito di Maria non avesse scelto quel momento per esternare ciò che pensava di tutti loro. Daphne non perde tempo e inizia così questa storia: “Fu Charles che ci chiamò parassiti. Il modo del tutto inaspettato con cui lo fece ci colse completamente di sorpresa.” Insomma, BOOM senza nemmeno arrivare a dire un due tre. Qualche pagina più avanti, la spiegazione:

Ed è appunto quello che siete voi, tutti e tre. Parassiti. Lo siete sempre stati e lo sarete sempre. Nulla può cambiarvi ormai. Siete due volte, anzi tre volte parassiti; primo perché avete sempre campato di rendita, fin da quando eravate bambini, su quel pizzico d’ingegno che avete avuto la fortuna di ereditare dai vostri fantastici antenati; secondo, perché nessuno di voi si è mai dedicato in vita sua a un’occupazione semplice e onesta e non ha mai fatto che ridere del vulgo sciocco che in fondo è quello che vi dà la possibilità di sussistere; terzo, perché siete l’uno parassita dell’altro e vivete in un mondo immaginario che vi siete costruiti per voi stessi e che non ha nessun rapporto con la realtà.

Ed è così che, lasciati soli, i tre fratelli alle soglie dei quarant’anni iniziano a ricordare il passato a mo’ di analisi di coscienza. Tazzona di tè e pacco di biscotti alla mano, a questo punto, sono d’obbligo, perché il racconto che segue ha il sapore di una telenovela. No, i Delaney hanno avuto tutto fuorché un’infanzia normale, e suppongo fosse ovvio con un padre cantante e una madre ballerina, entrambi osannati dal pubblico. Non sono nemmeno fratelli, ma fratellastri: Niall e Maria nati da relazioni precedenti, Celia, invece, unica figlia di entrambi. Maria ha seguito le orme dei genitori calcando il palcoscenico e divenendo una famosissima attrice; Niall, grazie a quelle che considera canzonette da quattro soldi senza alcun valore artistico, ha ottenuto fama e denaro, nonostante li disprezzi. Celia, invece, in apparenza sembra aver sacrificato i suoi talenti per dedicarsi agli altri. Con queste premesse il resto promette bene e, soprattutto, lo mantiene. Ogni volta che mi accingevo a “leggerne solo qualche pagina” mi ritrovavo a far le ore piccole e a sghignazzare cercando di non svegliare il last century boy. Già, perché la Du Maurier non solo è una “genia” della letteratura, ma ha anche un irresistibile senso dello humour. Se l’avete letto o lo leggerete, mi riferisco in particolare alla visita a Coldhammer, una versione vintage di “Ti presento i miei”. Quando i miei sono i Delaney, Ben Stiller a confronto è un dilettante.

Ha dunque ragione, Charles, o il suo giudizio è troppo duro? Non vi svelo con quali considerazioni si conclude la domenica di amarcord, né tantomeno il colpo di scena finale. Vi posso solo dire che, da parte mia, non ho potuto non simpatizzare per i Delaney, in particolare per Niall. Dei tre è quello che più interiorizza l’accusa del cognato, che definisce “un colpo ben assestato alla bocca dello stomaco”, e forse proprio la sua reazione è la più estrema. Ero convinta di trovare una conclusione statica, ma il cerchio anziché venire chiuso si spezza a poche pagine dalla fine con una chiusa in pieno stile Daphne (che qualcuno potrebbe anche definire alla WTF).

Daphne Du Maurier possiede uno di quei rari talenti che non hanno bisogno di dimostrare nulla. Lo stesso vale per i cantanti: le voci più belle sono quelle che arrivano potenti senza sforzo. Questo non vuol dire che non ci sia tecnica, ma che il talento, il genio, fanno parte del dna. Tutti, dicono, possono imparare a cantare intonati. Tutti possono scrivere e magari essere considerati scrittori di successo. Il talento, però, è un’altra storia. Tra quanti anni mi concederò ancora un po’ di Daphne?

Come al solito spero di leggervi qui sotto, quindi fatemi sapere cosa ne pensate o in generale se come me amate alla follia questa scrittrice!

n.b. credit foto di Daphne Du Maurier: GETTY

4 Comments

  • Ely

    7 marzo 2018 at 10:09 AM

    Cara Pam,

    anche io come te amo la Du Maurier; i più belli letti finora sono Rebecca (meraviglia!) e Rachele, ma ho apprezzato molto anche due titoli minori scovati, appunto, al mercatino dell’usato: La casa sull’estuario e Donna a bordo. Mi piace la sua versatilità, la sua capacità di variare così pesantemente da romanzo a romanzo, anche se la preferisco come ‘regista’ di alta tensione. È davvero una maga in quel campo! Devo ancora leggere Jamaica Inn, Il Capro espiatorio e Spirito d’amore… presto o tardi li inizierò. Questo non ce l’ho, ma se dici che a paragone Ben Stiller è un principiante in fatto di ironia, allora non posso lasciarmelo scappare. In questo periodo, come ben sai, ho parecchio bisogno di ridere e le mie riserve di Georgette Heyer stanno per esaurirsi… Grazie, come sempre, dei preziosissimi consigli. I tuoi post sono deliziosi e scrupolosi; decisamente belli, istruttivi e totalmente privi di tutta quella saccenza che purtroppo caratterizza molti dei blogger (o delle blogger) che infestano il web.
    Ahimè, un altro libro da mettere a scaffale! Prima della fine mio marito mi metterà alla porta!!!:(
    Ely

    1. Pamela

      8 marzo 2018 at 2:23 PM

      Mi riferisco a un capitolo in particolare che mi ha ricordato la saga di Ti presento i miei, quello in cui la famiglia Delaney trascorre un weekend a casa dei suoceri “in” e danno il meglio di sé XD. La voce narrante è lucida e rassegnata, impossibile non ridere di gusto!
      I romanzi di Daphne lasciano sempre molto in sospeso e ad alcuni non piace. Io la prendo come una sfida… e poi, questa donna scriveva da Dio. Dei titoli che hai nominato non ho ancora reperito Donna a bordo, ma confido nei mercatini ;). La tentazione di buttarmi subito su un altro era forte! Questa volta non credo lascerò passare anni. Mesi, al massimo!
      Ely cara, grazie per le tue parole ❤️!

  • Carmela Giustiniani

    7 marzo 2018 at 4:28 PM

    Come ti capisco, sister!! Daphne non ha scritto tantissimo e in effetti va centellinata, per fortuna nonostante la mia ingordigia anche a me ne mancano ancora molti di suoi *_* Sono d’accordo con tutto quello che hai scritto sui Parassiti, altro meraviglioso romanzo anche se appunto insolito e diverso dagli altri. Per la prossima incursione nel magico mondo di Daphne ti consiglio Il capro espiatorio…lì si torna un po’ alle atmosfere di Rachele e Rebecca! 😀 E ovviamente è un capolavoroh! (cit.) xD :*

    1. Pamela

      8 marzo 2018 at 2:25 PM

      Davvero?? Bene, allora credo proprio di aver scelto il prossimo romanzo 😍! Grazie sorellina!
      In questi giorni dovrebbe uscire al cinema il film tratto da Mia cugina Rachele, spero di riuscire a beccarlo!

Chiacchieriamo?

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