I guanti del Barone o La storia di Amy di Louisa May Alcott

25 Gennaio 2019
Blog post

Lascia che ti presenti il secondo gioiellino che mi ha riservato questo inizio 2019: I guanti del Barone o La storia di Amy di Louisa May Alcott, pubblicato per la prima volta in Italia da Robin Edizioni con la traduzione di Elisabetta Parri. Di Elisabetta ti ho già parlato non solo in quanto traduttrice di Il Castello Blu e di Jane di Lantern Hill, ma anche come una delle amicizie più belle che mi ha regalato ad oggi la mia avventura di blogger. Dietro le sue traduzioni si celano sempre dei tesori, e questo titolo non è da meno.

Si tratta di una storia dalle tinte gotiche che uscì a puntate sulla rivista Frank Leslie’s Chimney Corner nel 1868, e se in questo momento stai pensando anche tu alla nostra amata Jo March, la lampadina che ti si è accesa in testa non sbaglia. Come Jo, infatti, anche Louisa si trovò a scrivere non solo per passione ma anche per provvedere alle necessità della propria famiglia dato che il pubblico andava ghiotto per questo genere di storie. Lo stesso non si può dire dell’autrice e del suo alter ego letterario: della vasta produzione pubblicata anonima o sotto pseudonimo, ne riconobbe pochissimi, tra cui proprio I guanti del Barone. 

Lo spunto per questa storia ha come spesso accade radici biografiche. Nell’estate di qualche anno prima, infatti, l’autrice aveva accettato di accompagnare in un viaggio in Europa la figlia invalida di un armatore americano, Anna Weld, nelle duplici vesti di dama e infermiera. Ed è proprio un viaggio in Europa lo sfondo delle avventure di Helen ed Amy, due giovani cugine che con lo zio visitano alcuni luoghi suggestivi tra la Germania e la Svizzera. Fin dalle primissime righe è chiaro quale sarà il tono del racconto:

«Che lungo sospiro! Sei stanca, Amy?» 
«Sì, e anche contrariata. Non avrei mai intrapreso questo viaggio se non avessi pensato che sarebbe stato ricco di novità, romanticismo e avventure affascinanti.» (p. 49)

La capisco. Il problema di Amy è che ha letto troppi romanzi gotici, cosicché la realtà sembra più noiosa e scipita che mai. Lo zio, il maggiore Erskine, è un adorabile signore che stravede per le nipoti e farebbe qualunque cosa per allietare la loro vacanza, non certo un oscuro Montoni che le rinchiude in un castello disperso negli Appennini. A volte però (per lo meno nella letteratura) basta chiedere qualcosa a voce alta perché accada. Di lì a poco, infatti, le due fanciulle si troveranno a fronteggiare un piccolo mistero che metterà deliziosamente a soqquadro non solo il loro soggiorno ma anche le loro vite. A quale gentiluomo appartengono infatti i guanti caduti dal balcone sopra il loro?

La narrazione procede briosa e senza mai perdere il tono arguto e ironico di quest’inizio in media res. Ogni volta in cui le due protagoniste sono sul punto di scivolare negli inevitabile clichés del genere, questi vengono riconosciuti e scherzosamente accettati. La leggerezza con cui la storia procede impedisce che nulla venga preso troppo sul serio. Se leggendo romanzi con eroine come Emily di Il castello di Udolpho mi assale la voglia di schiaffeggiarle almeno ogni due pagine, la Alcott  le presenta al lettore incoraggiandolo a prenderle un pochino in giro, dato che loro stesse, per prime, lo fanno. Amy, per esempio, non si mette a comporre poemi infiniti sulle pene del suo cuore. È una di noi e quando ha il cuore spezzato s’ingozza senza dignità.

Amy stava facendo colazione in camera, singhiozzando e sorseggiando, gemendo e masticando, giacché, sebbene la sua pena fosse grande, aveva un buon appetito e non era dell’umore giusto per vedere qualcosa di comico nel rompere gusci d’uovo mentre si lamentava per il cuore infranto o nel mangiare del miele mentre si doleva per l’amarezza del proprio destino. (p. 119)

Impossibile non pensare alla cara zia Jane e all’Abbazia di Northanger per la colta ironia con cui prende le distanze dal genere e risolve il bandolo della matassa, conducendo i protagonisti al lieto fine. Louisa, diversi decenni dopo, porta quella che è al tempo stesso una benevola critica e un omaggio a un livello di humour più diretto e moderno. Anche il colpo di scena conclusivo (che non ti spoilero, non oserei mai) viene gestito con un pathos moderato. Perché sì, è tutto molto emozionante e perfetto quasi quanto nei romanzi, con la differenza che la vita è un pochino meno poetica. 

Se appartieni alla schiera di lettori che la conoscono soltanto per il suo celebre, ma non prediletto, Piccole Donne, puoi iniziare a rimediare leggendo proprio I guanti del Barone. Io ne sono rimasta estasiata e (come sempre in questi frangenti) sento la necessità di recuperare un po’ alla volta tutta la bibliografia di questa scrittrice difficile da incasellare. Nel caso in cui ti andasse di scoprire alcune curiosità su di lei, puoi guardarti questo mio vecchio video (due anni, nel mondo del web, sono un’era geologica).  

12 Comments

  • Elisabetta

    25 Gennaio 2019 at 1:05 PM

    Cara Pamela, ti ringrazio infinitamente per le tue parole. Sei sempre un tesoro e una carissima amica!!!
    ‘I guanti del barone’ è un piccolo gioiello di spensieratezza e dolcezza che ho tradotto con immensa gioia e che ha il potere di gratificarmi quando ho bisogno di letture particolarmente distensive e solari. Un romanticismo tipicamente ottocentesco, alternato a quel velo di godibile mistero che oggi ci fa sorridere ma che a quel tempo, chissà, poteva davvero tenere in tensione il lettore. Del resto, non è così anche per Udolpho? Ma noi guardiamo con benevolenza a quegli svenimenti e a quei rossori, visto che siamo cresciute con ‘Piccole donne’. Fortunatamente la letteratura anglo-americana ha un panorama sconfinato di tesori ancora da scoprire e questo è un altro piccolo ma grande tassello nel nostro appassionato lavoro di ricerca e condivisione.
    La tua recensione, come sempre, è incantevole; profonda e ricca di quello spirito critico indispensabile in letteratura… e qui non è l’amica a parlare…
    Grazie ancora. Sono tanto contenta che ti sia piaciuto!!!! Io lo trovo un testo incantevole.

    1. Pamela

      26 Gennaio 2019 at 11:47 AM

      Cara Ely, per noi calza a pennello l’aforisma di Jules Renard che dice “quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere ho la certezza di essere ancora felice” ;). Se poi si tratta della nostra amata letteratura anglo-americana, allora non si tratta di felicità ma di estasi pura XD
      Sì, questo testo è davvero un gioiello: grazie a te per avercelo consegnato in tutta la sua bellezza.

  • Alice

    25 Gennaio 2019 at 2:53 PM

    Devo ammettere che io sono una di quelle insolite lettrici che con la Alcott ha un rapporto, per così dire, un po’particolare: ho un debole per i suoi racconti natalizi, ma pur avendo apprezzato il suo celebre “Piccole donne”, non posso dire di averlo mai amato alla follia. In compenso, diversi anni fa, mi sono cimentata nella lettura di un suo romanzo gotico, “Un lungo, fatale inseguimento d’amore” – una sorta di telenovela ante litteram, lo ammetto – e nonostante le tante assurdità e i colpi di scena improbabili (o forse proprio per questo) mi sono divertita parecchio e mi sono ripromessa di approfondire la conoscenza con la produzione meno famosa di Louisa.
    Non conoscevo questo romanzo, ma questo tuo interessantissimo post mi ha veramente incuriosita, e a questo punto va di diritto in wishlist! 😉

    1. Pamela

      26 Gennaio 2019 at 12:01 PM

      Ciao Alice ^_^! Grazie di cuore per essere venuta a trovarmi sul blog e avermi lasciato questo commento. “Un lungo, fatale inseguimento d’amore” lo lessi anch’io secoli fa in un’edizione Newton Compton! Sono d’accordo, una lettura godibilissima anche per il lettore di oggi e che come hai ben sottolineato ricorda molto il ritmo incalzante e melodrammatico delle telenovela.
      Ti confesso che spesso sono più attratta dai titoli meno noti, quasi sconosciuti dei grandi autori. Vi si possono trovare delle vere e proprie perle. Fammi sapere la tua opinione su questo, se e quando deciderai di leggerlo! un abbraccio

      1. Alice

        28 Gennaio 2019 at 8:32 PM

        Come darti torto? Personalmente resto convinta che per comprendere davvero un autore, o più semplicemente per apprezzare appieno scrittori che, magari, lì per lì non ci avevano entusiasmato particolarmente, non ci sia niente di meglio che recuperare le loro opere così dette minori. Spesso la percezione – magari errata – che abbiamo di un determinato autore dipende proprio dall’esperienza fatta con quei titoli che per svariate ragioni sono diventati più famosi, e invece è proprio nella produzione meno nota che talvolta si rivelano gli aspetti a noi più congeniali.
        Quindi sì, appena riuscirò a procurarmi il libro e a collocalro tra le mie varie letture, sarò ben lieta di condividere la mia opinione.
        Un caro saluto! ☺️

        1. Pamela

          29 Gennaio 2019 at 11:06 PM

          Concordo su tutto… per non parlare del piacere quasi “pionieristico” che si ha leggendo testi meno noti di autori celebri (anche se poi in realtà esistono fior fiore di studi critici a riguardo, ma non è questo il punto 😁). Daphne du Maurier è una delle mie scrittrici preferite in assoluto e un po’ alla volta conto di recuperare tutto quello che ha scritto. Ogni volta che m’imbatto una bancarella di libri usati spero sempre di scovarvi qualche tesoro ☺️.

          1. Alice

            2 Febbraio 2019 at 1:05 PM

            Condivido appieno!
            Personalmente trovo molto entusiasmamte anche scrivere dei libri meno noti: sui classici più famosi si trovano miriadi di recensioni, e per quanto ognuno di noi abbia dei pensieri unici, in qualche modo, quando parli di certe opere, finisci sempre per ripetere qualcosa che è già stato detto; al contrario, richiamare l’attenzione su dei libri poco conosciuti, ti dà una sensazione diversa: senti quasi una responsabilità particolare, e nello stesso tempo hai anche l’impressione di rendere finalmente giustizia a un autore (o a un’opera) purtroppo dimenticato. È qualcosa di molto appagante, secondo me! 😉
            Riguardo la Du Maurier non potrei essere più d’accordo. Per il momento ho letto solo tre delle sue opere, ma la considero una delle più grandi del suo tempo (e non solo) e inorridisco al pensiero che all’epoca venisse etichettata da buona parte della critica come una mediocre autrice di romanzi rosa! 😢

          2. Pamela

            8 Febbraio 2019 at 5:17 PM

            Che gioia chiacchierare con te, noto che siamo sulla stessa lunghezza ☺️! Daphne è stata una scrittrice geniale e fuori da ogni schema. Se ti capita l’occasione, prova a leggere i suoi racconti: sottilmente inquietanti, alcuni in particolare non sono più riuscita a togliermeli dalla testa. Alla faccia della scrittrice rosa 😉

  • Little Pigo

    31 Gennaio 2019 at 11:44 PM

    Grazie del consiglio! Mi ero persa questa uscita, ma sembra davvero un bel libro.

    1. Pamela

      4 Febbraio 2019 at 12:02 AM

      Sì, è una lettura spensierata ma che riserva molte sorprese 😉. Ho adorato il suo tono ironico e la capacità di prendersi gioco degli stereotipi del genere. Fammi sapere se lo leggi! baci

  • Paola C.

    6 Febbraio 2019 at 12:26 PM

    Anche questo finisce dritto dritto nella mia lunghissima wish list! Sono una di quelle donne che conosce l’autrice solo esclusivamente grazie a Piccole Donne, che ha segnato la mia vita da lettrice: mi ha inziato infatto all’amore per i libri e per la letteratura. Mi fido dei tuoi consigli e sappi che se corresponsabilie della mia imminente bancarotta!!! 🙂

    1. Pamela

      8 Febbraio 2019 at 5:16 PM

      Non farmi sentire in colpa Paola 😆!
      Anche per me “Piccole Donne” ha rappresentato un’iniziazione e per questo avrà sempre un posto d’onore nel mio cuore.

Chiacchieriamo?

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