Pat di Silver Bush di Lucy Maud Montgomery

3 Settembre 2019
Blog post

Accarezzando la copertina di Pat di Silver Bush, un attimo fa, prima di mettermi a scrivere questo articolo, pensavo a quanto mi conforterebbe sapere di essere la protagonista di un romanzo di Lucy Maud Montgomery. Ogni autore ama in qualche modo le creature che escono dalla sua penna, ma ho la sensazione che nel caso di Maud il suo sia un amore materno, rassicurante. Sa che non può risparmiare loro il dolore, perché è inevitabile, ma dà alle sue eroine la forza necessaria per superare gli ostacoli, anche quando sono così ardui che temono di spezzarsi. Parte di questa forza, credo, sta anche nel potere immaginifico di cui le dota. L’immaginazione non come via di fuga, ma come strumento di resilienza. Temo di aver corso troppo, però, quindi faccio un passo indietro per raccontarti qualcosa di più prima di lanciarmi nelle mie verbosissime considerazioni, come farebbe una brava blogger.

Pat di Silver Bush (1933) è il secondo volume della collana Plumfield della casa editrice Jo March, collana dedicata ai classici della letteratura per ragazzi. Come Il Castello Blu e Jane di Lantern Hill, anche in questo caso a deliziarci è la pregiata traduzione di Elisabetta Parri, che dimostra una volta in più non solo il suo talento, ma anche la sua profonda conoscenza dell’autrice. L’etichetta per ragazzi, naturalmente, non deve far temere non sia adatto ai lettori cresciutelli (anzi). Per quanto mi riguarda non mi ha mai ostacolata dal tuffarmi in una storia il fatto che i protagonisti siano molto giovani (e non solo perché sono in netto disaccordo con quanto asserisce la mia carta d’identità). A mio avviso poi, in questo caso ancora più che in Jane, l’autrice fa l’occhiolino proprio a noi che ricordiamo bene non solo come ci sentissimo da bambini ma anche il dolore che necessariamente la crescita comporta. Questo è infatti il primo volume di una duologia di formazione e già qui, pagina dopo pagina, vediamo la piccola Patricia Gardiner crescere fino a raggiungere le soglie dell’età adulta.

Ancora una volta Maud ci porta sull’Isola del Principe Edoardo. Avendo sempre letto i suoi romanzi all’inizio dell’estate per me si tratta ormai di una tradizione, e anche quest’anno ho potuto godere di una vacanza in quest’incantevole angolino di mondo. Se sinora l’autrice mi ha viziata, con Silver Bush supera se stessa: la fattoria in cui cresce Pat è la quintessenza di ciò che è (o dovrebbe essere) una casa. Il senso di famiglia, di radici, di amore incondizionato, di focolare. Di identità e di appartenenza. Come per le altre piccole eroine, già nel titolo ci viene svelato molto di Pat: in quel “di” c’è la cosa più importante che ci serve sapere di lei. Pat appartiene a Silver Bush e guai, guai a chi gliela tocca. Quando sarà più grande, non esiterà a scaricare un fidanzato per averla denigrata.

«Sei troppo bella, Pat, per essere ancora sprecata in una squallida e cupa fattoria come Silver Bush» le disse.
In Pat si accese un piccolo impeto di follia. La sua stessa anima si infiammò.
«Non parlarmi più, Lester Conway» disse, ogni parola che cadeva come una tintinnante goccia di acqua gelata su una pietra fredda. (p.302)

Ho riso come una matta. Quello sciocco non aveva proprio capito niente di lei! Judy Plum, ovviamente, lo sapeva che non era adatto alla sua Patsy. Judy è molto più che la semplice governante di Silver Bush: è la sua anima pulsante, fonte inesauribile di racconti, storie bizzarre e magiche e dotata di una lingua che, come si suol dire, taglia e cuce. Ama tutti i Gardiner, ma è Pat ad avere il posto più speciale nel suo cuore. Per lei è una seconda madre e ancora più di questo: una guida nell’accettare e superare la perdita implicita nella crescita. Il tratto caratterizzante di Pat è infatti il suo opporsi a tutto ciò che in qualche modo mina l’equilibrio della sua vita a Silver Bush, e già all’inizio del romanzo la vediamo scontrarsi con la realtà che, per quanto lo desideri con tutta se stessa, non può cristallizzare il suo piccolo mondo perfetto. Via via imparerà che il divenire è inesorabile, ma che non è necessariamente negativo. E quando, invece, le lascerà delle ferite inevitabili, Judy ci sarà sempre.

Pat è un romanzo denso, da gustare piano per godere della sua bellezza sia introspettiva che sensoriale. Chiunque abbia avuto la fortuna da bambino di crescere all’aria aperta, a contatto con la natura, può comprendere ciò a cui mi riferisco, e leggerlo farà affiorare ricordi e sensazioni meravigliose. Più di ogni altra cosa, quel senso di selvaggia ed estatica libertà che crescendo si deve in qualche modo abbandonare, ma non per questo scordare.

Infine trovarono un punto di rara bellezza; una profonda e immota piscina boschiva, dalla quale sgorgava il ruscello, alimentato da un rigagnolo lustro come un diamante, che scorreva sulle pietre di una collinetta. Tutt’intorno crescevano abeti rossi ricoperti di licheni e aceri fruscianti, che sovrastavano delle “cunette attorniate da più alte montagne”; e appena più su, si estendeva un declivio scosso dal vento, con pochi arbusti ricoperti di muschio sparsi qua e là, e un uccellino azzurro appollaiato a fare da sentinella su un palo. Tutto era così adorabile da farti stare male. Perché, si chiese Pat, le cose belle spesso ti facevano soffrire? (p.111)

Sarò diretta con te, se decidi di leggerlo tieni a portata di mano dei Kleenex. Fidati. Montgomery non sarebbe la scrittrice che è se non fosse onesta nel rappresentare come l’infanzia non sia un territorio mitologico fatto solo di felicità cristallina. La storia è pervasa da quella malinconia di fondo legata alla consapevolezza che nulla dura per sempre. E poi, quando decide di dare delle stilettate, l’autrice da brava demiurga sa dove andare a colpire (mannaggia T_T).

Credo sia evidente quanto abbia amato questo romanzo. Quello che non ho ancora detto, invece, è come mi sia riconosciuta nella sua piccola protagonista e nella sua riluttanza a lasciarsi andare ai cambiamenti legati al trascorrere del tempo e alla fatalità della vita. Non che oggi sia migliorata così tanto, intendiamoci. La bambina recalcitrante che è in me è ancora viva e vegeta, ha solo imparato a fare i conti con la realtà. La Letteratura aiuta anche a lenire almeno un po’ la paura e a ricordarci che non siamo soli in tutto questo. A ricordarci che siamo a bordo dello stesso folle e affascinante carrozzone, vicini e per questo, forse, un po’ meno spaventati.

Se lo leggi (ti prego, leggilo!) fammi sapere cosa ne pensi. Ti aspetto qui sotto, come al solito. Un abbraccio!

1 Comments

  • Elisabetta

    5 Settembre 2019 at 9:40 AM

    Cara Pamela, questo romanzo di Montgomery è speciale per così tanti motivi che faccio fatica anche a esprimerli. Anche io ho provato un’istantanea empatia con Pat, praticamente una fotocopia del mio ‘io’ di bambina. Una creatura sensibile, schiva e leale. Una personcina mite ma, all’occorrenza, battagliera e coraggiosa. La paura del cambiamento non l’ho mai trovata patetica, e neppure il suo amore per Silver Bush; solo toccante. Sapendo infatti che Maud definiva Pat “la sua vera se stessa”, ho avuto molto su cui riflettere. Montgomery è un’autrice ancora poco nota da noi e questo non ci fa onore, perché un libro così si fa portatore di tanti messaggi importanti: è un inno all’amore in senso lato. Un omaggio alla famiglia che la scrittrice canadese non ha mai avuto, un bisogno di appartenenza che raggiunge vette altissime. La cucina di Judy e Judy stessa mi hanno riportata all’infanzia. A quei meravigliosi e indimenticabili giorni avvolti dalla magia e dall’illusione che tutto potesse restare per sempre immutato; alla cucina piena di gatti e profumi deliziosi; soprattutto mi ha riportato da mia nonna. Un personaggio, proprio come Judy… e proprio come lei indimenticabile. Quando qualche amica o parente mi chiama per dirmi che questo libro è di una bellezza rara, un tesoro ricco di valori ormai quasi scomparsi, ecco, esulto come se lo avessi scritto io stessa. Il tuo post è assolutamente meraviglioso. Sono felice che anche tu abbia avuto le mie stesse sensazioni. Del resto, conoscendoti, non mi aspettavo niente di diverso. Grazie mille… di tutto. Elisabetta

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