La (mia) verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker

20 Aprile 2020
Blog post

È la terza volta che inizio questo post e lo cancello. Mi chiedo se esista un modo giusto per parlarti di La verità sul caso Harry Quebert, un romanzo di Joël Dicker che è piaciuto a tutti quelli che me ne hanno parlato e che io, invece, ho trovato deludente. Non vorrei sembrare compiaciuta nell’essere la voce fuori dal coro, non è davvero di questo che si tratta. Lungi da me voler scrivere una recensione per il gusto di prendere in giro un libro solo perché non l’ho gradito. So che di solito sono quelle che divertono di più il pubblico, ma nella maggioranza dei casi le trovo un po’ offensive. Cercherò solo di essere sincera come lo sono quando ti racconto di una lettura che ho adorato, certa che tu capisca che in ogni caso si tratta solo di una mia opinione. Non è un giudizio nei confronti di chi invece l’ha amato, e se avevi intenzione di leggerlo spero tu non ti faccia condizionare da quanto sto per scrivere.

La trama

Marcus Goldberg è un giovane scrittore che dopo aver conosciuto un successo incredibile grazie al primo romanzo non riesce più a scrivere qualcosa di buono. Si rivolge così al suo vecchio mentore, Harry Quebert, che lo invita a trascorrere qualche giorno nella sua villa sul mare nel New Hampshire. Quando il cadavere di una ragazza scomparsa trent’anni prima viene ritrovato nel suo giardino ed Harry è accusato di omicidio, Marcus decide di aiutarlo scoprendo la verità su quel caso mai risolto. E ci scrive pure un libro, così, per unire l’utile al dilettevole.

Fino a quasi metà ho continuato a sperare in uno sviluppo che mi facesse dire okay, ora capisco quello di cui tutti parlano, questo libro è indimenticabile. O qualcosa del genere, insomma. Purtroppo quel momento non è mai arrivato, e sebbene abbia fatto le quattro di notte per terminarlo, è solo colpa della follia che mi prende di tanto in tanto: del tipo, col cavolo che ti metto giù, ora io e te la facciamo finita. Le sue quasi ottocento pagine si leggono in fretta, questo bisogna riconoscerlo, e Dicker sa condurre la narrazione con quella leggerezza che spinge a voltarle senza nemmeno rendersene conto. Le pecche, però, via via che la storia procede, diventano sempre più evidenti.

La storia d’amore tra Harry e Nola

Il problema per quanto mi riguarda non è il disagio per il fatto che Nola abbia quindici anni ed Harry, al tempo della loro relazione, trenta. Questo è un altro paio di maniche, e la letteratura è piena di amori sbagliati eccetera eccetera. Il problema principale, qui, è che la loro storia si basa sul nulla cosmico. Non si capisce perché si innamorino e su cosa si costruisca la loro relazione dato che i dialoghi tra i due sono vuoti, inconsistenti, fatti dei cliché più imbarazzanti. Non c’è un momento in cui abbia sentito cosa provano l’uno per l’altra, cosa li unisca. Essendo la loro storia il nucleo del romanzo, direi che questo è piuttosto grave.

Nola

Non posso nemmeno definirla un personaggio bidimensionale: lei è proprio l’emblema della piattezza. Anche la rivelazione sul suo passato è vana: non serve a nulla, né a conferirle spessore, né a gettare luce sugli eventi. Credo che l’autore abbia qualche problema con la caratterizzazione dei personaggi femminili dato che non ce n’è uno di riuscito. Di fatto, però, nemmeno quelli maschili se la passano meglio. Non so cosa aggiungere senza infierire. Sembrano tutte caricature, senza momenti in cui escono dalla pagina per diventare qualcosa si più. Su quest’aspetto tornerò tra un attimo. Piccola perla: una donna di sessantatré anni viene definita una vecchina.

I colpi di scena

Mano a mano che la storia procede, i colpi di scena vengono gettati a mo’ di coriandoli, e un po’ come quando qualcuno grida ogni cinque minuti al lupo! smettono presto di sortire alcun effetto. Quando finalmente (nel senso che non ne potevo proprio più e volevo solo dormire) si scopre il bandolo, questo era così imbarazzante che non sapevo se ridere sguaiatamente o imprecare. Voglio mantenere decorosa e spoiler free questa recensione, quindi mi cucio la bocca.

I dialoghi

Troppo spesso pietosi. I peggiori in assoluto sono quelli tra Marcus e sua madre, che è forse l’esempio più calzante di cosa intendessi quando parlavo di personaggi caricatura. Mi sento in dovere di riportarne uno.

« (…) Perché stai lì a occuparti di un vecchio professore invece di cercarti una ragazza? Hai trent’anni e non ti sei ancora sposato! Vuoi che tua madre muoia senza averti visto sposare una brava ragazza?»
«Hai cinquantadue anni, mamma. Abbiamo ancora un po’ di tempo.»
«Non stare a sottilizzare! Hai imparato a sottilizzare, eh? Saranno gli insegnamenti di quel maledetto Quebert. Perché non cerchi di tornare qui con una bella ragazza? Eh? Cos’è, adesso non rispondi più?»
«Ultimamente non ho avuto modo di conoscere nessuno che mi piacesse, mamma. Tra il libro, la tournée, il nuovo libro…»
«[…] Tesoro, ascolta, devo chiederti una cosa: sei innamorato di Harry? Fai cose omosessuali con lui?»
«Mamma! No! ma come ti viene in mente!»
Sentii che diceva a mio padre: “Ha detto di no. Quindi significa sì.” Poi mi chiese, sottovoce:
«Hai la malattia? La tua mammina ti vuole bene anche se sei malato.»
«Cosa? Quale malattia?»
«Quella degli uomini che sono allergici alle donne.» (p.219)

Preciso che OGNI dialogo tra i due è sulla falsa riga di questo. La madre non ha alcun peso nello svolgimento della storia, quindi presumo dovrebbero costituire degli stacchetti divertenti. Per carità, de gustibus, ma io li ho trovati irritanti e fasulli, come lo sono quei personaggi che rimangono sempre e solo delle macchiette. In effetti questo è a mio parere uno dei problemi principali del libro, ovvero dei personaggi costruiti in modo debole. Io sono dell’idea che siano loro le colonne di un romanzo, molto più della trama, e quando non sono capaci di reggerne il peso il risultato è un’opera non credibile, traballante. Un po’ come un film con dei pessimi attori.

In conclusione?

Per quanto mi riguarda, Il successo di La verità sul caso Harry Quebert è un grande punto di domanda. Dato che sono decisa a trovare qualcosa di positivo in questa esperienza, mi sento di aggiungere che:
* Ho avuto la conferma del fatto che non mi devo fare influenzare dalla media dei voti e delle recensioni di Goodreads. The Quick di Lauren Owen, di cui ho parlato qui, non ne usciva molto bene, e invece l’ho amato alla follia.
* Sarà anche un best-seller e via dicendo, ma per me è la dimostrazione che un romanzo pubblicato in modo tradizionale (da una casa editrice) non è in alcun modo garanzia di qualità.
* Ho tolto un altro romanzo dallo scaffale dei non letti.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu, quindi batti un colpo se l’hai letto 😊

2 Comments

  • Renato Ariano

    6 Luglio 2020 at 2:50 PM

    Sono perfettamente d’accordo con te. I personaggi sono rappresentati da dei cliché insignificanti e generici e il libro si legge solo per vedere qual’è vero segreto tanto strombazzato. Alla fine si scopre che è un bluff.
    Ciò malgrado il libro ha avuto successo mondiale, quindi ha ragione lo scrittore (o l’editore) e questo è anche un indice del mercato del libro attuale che non si basa più sulla qualità della scrittura o sull’approfondimento psicologico dei personaggi, ma solo sui colpi di scena e il fumo tipo spot pubblicitari. Anche l’ultimo libro di Dicker (l’enigma della camera 662) è un fumettone basato sugli stessi schemi e sul vuoto di personaggi.

    1. Pamela

      6 Luglio 2020 at 11:36 PM

      Buono a sapersi, anche se comunque non avevo intenzione di dare un’altra possibilità all’autore… di norma non lo escludo, ma in questo caso per me è stato un no su tutti i fronti 😅. Anch’io trovo che rappresenti un certo tipo di best seller. Una storia può piacere o meno, però qui, a mio avviso, ci sono troppi problemi di fondo che la compromettono. Mi chiedo se la serie tv abbia messo qualche “toppa” (capita, a volte) ma ne ho troppe in arretrato per provare a scoprirlo 😁.

Chiacchieriamo?

Post precedente Post successivo