Perché scegliere il self-publishing

14 Maggio 2020
Blog post

Una piccola premessa

Non stai per leggere una guida al self-publishing. Il mio obiettivo principale è offrire una panoramica delle motivazioni che possono esserci alla base di questa scelta di pubblicazione, con la speranza di sfatare nel mentre qualche pregiudizio di cui spesso è ancora vittima, in particolar modo in Italia. È frutto della mia esperienza con Lolita in Love e di riflessioni maturate anche grazie alla lettura di alcuni dei numerosi testi che esistono sull’argomento, ma non pretende in alcun modo di essere esaustivo. È un post che scaturisce anche dal bisogno di rispondere a chi crede che si tratti di “stamparsi un libro da soli”.

È normale che la tradizione si ribelli al nuovo. Un tempo ormai lontano guardavo all’ebook reader come a uno scempio a cui non avrei mai ceduto. Oggi sono al terzo Kindle, che adoro, e comunque non ho smesso di acquistare cartacei. Una realtà non esclude per forza l’altra, e non dev’essere migliore o peggiore. Degna o indegna.

Quello che non capisco è la ragione per cui in altri ambiti essere freelance sia invece percepito come qualcosa di positivo. Il regista indipendente, il musicista che si autoproduce un album, tanto per citare due esempi, non vengono accolti con lo stesso snobismo che si riserva agli scrittori che, di fatto, compiono la stessa scelta. Anzi, queste due figure sono circondate da un alone romantico: sono cool, alternative, e tante altre cose belle.

L’autore self, invece, per molti è uno sfigato. Qualcuno che non ha abbastanza talento da venire pubblicato dall’editoria tradizionale. Un dilettante come chi partecipa alla Corrida, da prendere bonariamente in giro, quando va bene, o da guardare con un cipiglio di superiorità quando si vuole sottolineare tutta la distanza che lo separa dai veri intellettuali.

Certo, ci sono pessimi libri autopubblicati. Ce ne sono di pessimi anche in libreria. Quindi, come la mettiamo? Provo a fare un po’ di chiarezza!

First things first: di cosa stiamo parlando

Il fenomeno del self-publishing non è cosa nuova, se ne parla da più di una decina di anni, e rappresenta l’alternativa alla cosiddetta editoria tradizionale. Poniamo caso tu sia uno scrittore che ha concluso il suo romanzo e ora desidera vederlo pubblicato. La prassi comune è iniziare a inviare il tuo manoscritto alle case editrici in linea con il tuo lavoro, e poi… aspettare una loro risposta. Risposta che potrebbe non arrivare mai (hai idea del numero di manoscritti che riceve in media ogni giorno una casa editrice?) o arrivare ed essere negativa. Guardiamo in faccia la realtà: la probabilità che il responso sia negativo è molto alta, soprattutto per un autore sconosciuto. Se sei tra i fortunati, invece, allora da quel momento la casa editrice si occuperà in toto del tuo romanzo. L’editing, la correzione di bozze, la realizzazione della copertina, ogni singolo passaggio sarà a suo carico e di sua competenza. Per quanto riguarda il compenso economico dipenderà dalle condizioni del contratto. A meno che il tuo romanzo non diventi un caso editoriale e magari pure un film, non aspettarti di diventare il principe di Bel-Air. In media un esordiente può ottenere circa tra il 5 – 10% del prezzo di copertina per ogni copia venduta. Non sono molti quelli che riescono a vivere solo di scrittura 😅.

L’altra strada, che non dev’essere per forza l’opzione di riserva, è quella di autopubblicarti scegliendo tra le svariate piattaforme che offrono in modo gratuito questa possibilità. A livello pratico, significa che i passaggi sopracitati (compresi tutti quelli omessi per amor di sintesi) spettano a te. Chiariamo anche questo punto, però. A meno che tu oltre a essere uno scrittore (presumiamo bravo 🤓) abbia anche elevate competenze in tutti gli altri ambiti, per arrivare a un risultato finale soddisfacente e pronto per essere immesso nel mercato, dovrai rivolgerti a degli specialisti. A ognuno il suo, come si suol dire. Questo significa che dovrai spenderci dei soldini. Quanti dipende dalle tue possibilità, ma mettine in preventivo un bel po’ (ed è bene sottolineare che ciò non ha nulla a che vedere con l’editoria a pagamento, che è una piaga e un’assurdità da cui ti devi tenere alla larga). Insomma, considera che se scegli di autopubblicarti sei un freelance che avrà bisogno di appoggiarsi ad altri freelance. A seconda della piattaforma, il guadagno può variare dal 35 al 70% per copia. Anche in questo caso però, a meno che bla bla bla, niente principe di Bel-Air.

Perché dunque scegliere il self-publishing?

Le motivazioni possono essere davvero tante. Per alcuni sì, è un piano B. Nulla di male in questo. Altri, dopo aver pubblicato con una casa editrice tradizionale e aver fatto le proprie valutazioni, decidono di passare al self o oscillare tra le due possibilità. C’è anche chi, purtroppo, lo fa tanto per… non lo so per cosa esattamente, ma ho una gif nella manica che rende (la pessima) idea:

E poi ci sono scrittori per cui il self-publishing è la prima scelta. Io sono una di queste! A parte un concorso, non ho mai tentato nessuna via tradizionale con Lolita in Love e ho avuto fin dall’inizio le idee chiare in merito. Sono sempre stata molto realistica sulle possibilità di ottenere un contratto di pubblicazione, e l’idea di aspettare per anni una risposta mi faceva sentire impotente. Voglio scrivere, nella mia vita. Non si tratta di un capriccio, né di vanità. Ho la fortuna di vivere in un’epoca in cui c’è una strada alternativa, e allora perché non percorrerla?

Alla base di questa scelta c’è anche un’idea di cui ho preso piena coscienza grazie a una puntata del podcast Unpublished di Amie McNee (che ti consiglio di seguire anche su IG). Pubblicare con una casa editrice implica anche una gratificazione. Significa essere scelti, e a chi non piace esserlo? Autopubblicarsi, significa scegliersi. Non aspettare una validazione da parte di chi, tradizionalmente, appunto, detiene le chiavi di quel mondo. Io lo trovo stupendo, liberatorio e sovversivo, e si sposa alla perfezione con il mio carattere indipendente. In quanto control-freak, inoltre, il self-publishing è una manna dal cielo in quanto mi permette di avere pieno controllo su ogni aspetto della pubblicazione, e mi piace essere l’unica proprietaria dei diritti delle mie opere.

Autopubblicarsi significa mettersi in gioco

L’idea di lasciare i miei lavori in un cassetto mi ha sempre atterrita molto più della paura di mettermi in gioco. Quello che voglio come autrice è semplice: scrivere ed essere letta. La casa editrice è solo un tramite, il fine è arrivare al lettore. Se nel 2017 non avessi pubblicato il mio romanzo, non avrei avuto il riscontro da parte del pubblico che mi ha regalato delle emozioni incredibili. Sono cresciuta e maturata, da allora, come è possibile solo grazie all’esperienza che si acquisisce.

Dobbiamo sempre tenere presente che una casa editrice è un’azienda. Pubblicare un’opera significa fare un investimento economico. Pubblicare un esordiente è un salto nel vuoto, ed è comprensibile che ci vada con i piedi di piombo considerata la situazione in cui versa il mercato editoriale. Il self offre una possibilità anche a opere che non appartengono a generi che vanno per la maggiore, per esempio.

Attenzione, però, perché da grandi poteri derivano grandi responsabilità 😁.

Quello che intendo dire è che se stai valutando questa strada non devi farti accecare da tutta la libertà che sembra venirti offerta su un piatto d’argento. Ci sono dei pro e dei contro, come per tutto. Se decidi di autopubblicarti, sappi che dovrai rimboccarti le maniche. Non si tratta solo di scrivere, ma anche di diventare in un certo modo imprenditore di te stesso. Nei saggi che ho letto, infatti, si parla di authorpreneur. Per non parlare del fatto che molti autori preferiscono definirsi indie anziché self, dato che quest’ultimo termine sembra implicare il fare tutto da soli, cosa che, come dicevo, non è auspicabile.

Se vuoi scrivere e basta, meglio optare per la strada tradizionale. Occhio, però, che nella maggioranza dei casi dovrai comunque darti da fare per pubblicizzare il tuo lavoro, perché spesso e volentieri le case editrici, salvo eccezioni, non fanno grandi cose a riguardo.

Se opti per il self, tieni presente che ci sarà da rimboccarsi le maniche e fare il massimo per offrire al tuo pubblico il miglior prodotto possibile. Potrà sembrarti triste definire il tuo romanzo un prodotto, ma di fatto nel momento in cui decidi di fare sul serio lo diventa: l’alternativa, altrimenti, è davvero il cassetto.

Dalla parte del lettore

Se invece sei “solo” (con mille virgolette e tanti ♥️) un lettore, cosa puoi fare per capire se un romanzo self merita o meno i tuoi soldi e il tuo tempo?

Innanzitutto: questo può valere per qualunque romanzo, self o meno. Sono consapevole però che ci siano molti pregiudizi a riguardo, alcuni validi altri meno, ma non nego che tra le opere autopubblicate ce ne siano molte di indegne. Con indegne intendo per lo più raffazzonate, perché sì, chiunque può premere il tasto “pubblica”. E allora come fare a orientarsi in questo marasma?

♡ Fa caso alla copertina: se ti sembra fatta alla bell’e meglio, non è un buon segno.
♡ Leggi bene la quarta: se è scritta male questa, figuriamoci il resto.
♡ Scarica l’estratto dell’ebook: questa è una possibilità grandiosa! Leggi i primi capitoli per capire se ti ispira e se si tratta di un testo curato. Se in poche pagine noti una marea di refusi, congiuntivi mancati e altri orrori… come sopra, non è mai un buon segno.
♡ Un’altra verifica può essere cercare i profili social dell’autore. Se scrive in modo sciatto… basta, non lo ripeto più!

La pubblicazione tradizionale, comunque, non è per forza sinonimo di qualità

Non tutte le case editrici lavorano bene. Se ritieni che un’opera pubblicata dall’editore Pinco Pallino sia sempre meritevole in quanto oggetto di una scrematura (a contrario delle opere self) e di un importante lavoro sul testo sono costretta a dissentire 😉. Nella mia esperienza di lettrice, mi sono capitate tra capo e collo ciofeche blasonatissime. Infine, non bisogna scordarsi il sempre valido e benedetto de gustibus. Un romanzo meraviglioso per te, può essere illeggibile per me, e viceversa (vedi La verità sul caso Harry Quebert). Per fortuna, lasciami aggiungere!

Dunque?

Dunque temo di avere scritto un papiro e di avere comunque appena sfiorato l’argomento. Non per niente ci sono un’infinità di testi specifici e articoli sul self-publishing: nel caso tu voglia saperne di più, puoi farti un giro sul sito di Joanna Penn, che adoro. Oltre a essere un’autrice self (o meglio, indie 😊) ha creato un vero e proprio business. Inoltre ti consiglio di leggere il post Come prepararsi a un’autopubblicazione di Alessandra Zengo, e di guardare questo video di Sara Gavioli, Gli aspiranti redattori e il self. Sono due editor che stimo, con molta esperienza, quindi… se non ti fidi di me, puoi fidarti di loro 🤓.

Spero che questo mio contributo, pur nella sua dichiarata incompletezza, ti sia stato in qualche modo utile. Se hai dubbi o perplessità, lasciami un commento qui sotto così continuiamo la chiacchierata!

2 Comments

  • Eli

    17 Maggio 2020 at 10:13 AM

    Cara Pamela, come sempre concordo un po’ su tutto quello che dici. Pubblicare con una CE, ormai, non è più necessariamente sinonimo di qualità, soprattutto (ma non solo) nel caso di case editrici spuntate fuori dal nulla. Questo vale sia per gli autori che per i traduttori. Fondamentale è soprattutto la lettura dell’estratto normalmente presente su Amazon. Naturalmente quello non ti darà certezza sull’appetibilità o meno della storia nel suo complesso, ma almeno ti darà un’idea dello stile di scrittura. Anche le recensioni, che tutti guardiamo con curiosità, non sono un buon indice, non sempre almeno. Sappiamo come funziona sia nel caso di libri pubblicati da CE o in self. Se sei ben inserito nel settore – o lo è la CE per cui lavori – avrai decine e decine di giudizi positivi anche se vali poco o niente; in caso contrario avrai qualche sparuto giudizio sulla tua opera, magari più veritiero ma poco appetibile. E venderai poco… È quello il tasto dolente. Da traduttrice non ricorrerei mai al self, vista anche la delicatezza della questione ‘diritti d’autore’, ma da scrittrice dovrei seriamente valutare. Il self ti permette di evitare sgradevoli compromessi sia nel taglio da dare alla storia che nella scelta ad esempio della copertina, della carta e di tutti quei dettagli che ti fanno sentire di dare al tuo romanzo tutto ciò di cui hai bisogno, tutto quello che senti giusto per lui. Affidarsi a qualcun altro significa ingoiare tanti bocconi amari: tagli e modifiche alla trama, tempistiche che mal si sposano con le tue necessità, copertine o illustrazioni non in sintonia con la percezione che hai della tua ‘creatura’… In buona sostanza, credo sia davvero superficiale dare giudizi assoluti e ancor più deplorevole farsi influenzare dai giudizi degli altri, in questo come in tutti gli ambiti. Riappropriamoci della nostra capacità di giudizio troppo spesso mortificata e delegata agli influencer di turno, e stabiliamo da noi se un libro vale il nostro tempo e il nostro denaro. Il self non è una scelta di serie b, così come affidarsi a una CE non è necessariamente una scelta di serie a. Bisogna valutare caso per caso. Uno scrittore mediocre non diventerà certo Dickens in mano a Neri Pozza o Mondadori, semmai sarà la percezione del lettore medio a renderlo tale, sempre per la triste abitudine odierna di mettere in stand-by il proprio senso critico seguendo quello che ci dice la massa. Ho letto Lolita e l’ho amato in tutto e per tutto, non solo per la storia in sé e per il tuo stile di scrittura, ma anche per tutti quei dettagli di cui sopra, dai quali trasudano passione e amore. Continua così!!! Eli

    1. Pamela

      25 Maggio 2020 at 12:15 AM

      Eli, il tuo commento lo vorrei incorniciare, stampare, distribuire come volantino… non so se rendo l’idea 😁. Quant’è vero quello che dici sulla capacità di giudizio. Temo anch’io che troppe volte si tenda a prendere per oro colato quello che viene “venduto” per buono, in ogni ambito. Per quanto riguarda questa scelta editoriale, mi dispiace che molti la critichino senza nemmeno sapere di cosa stanno parlando, o per “sentito dire”. A me hanno sempre insegnato l’importanza di argomentare e di esprimere opinioni motivandole, perciò quest’atteggiamento mi perplime 😉.
      Come sempre, grazie con tutto il cuore per le parole stupende che mi dedichi ❤️

Chiacchieriamo?

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